La delocalizzazione della produzione di armamenti verso l’estero dimostra che la Svizzera ha urgente bisogno di un allentamento delle norme sulle esportazioni. La Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale (CPS-N) ha approvato una proposta ampiamente condivisa da sottoporre al Consiglio nazionale. Essa integra la proposta del Consiglio degli Stati e dovrebbe consentire nuovamente alle aziende interessate di esportare i propri prodotti verso Paesi che condividono i valori della Svizzera, nonché di autorizzarne la riesportazione. Il Consiglio federale disporrebbe tuttavia di un diritto di veto in caso di riserve in materia di politica estera, sicurezza o neutralità. La proposta è sostenuta da tutte le organizzazioni che fanno parte dell’Alleanza Sicurezza Svizzera. Il referendum annunciato da PS e Verdi è irresponsabile.
La Legge sul materiale bellico attualmente in vigore è stata inasprita nell’autunno 2021, rendendo più difficili le esportazioni. Ciò riguarda non solo la produzione di sistemi di armamento completi, ma anche di componenti di piccole dimensioni utilizzati, ma non solo, dall’industria degli armamenti.
Le restrizioni introdotte negli ultimi anni hanno messo sotto pressione non solo la produzione, ma anche la ricerca in Svizzera, spingendo diverse aziende a trasferire parte delle attività all’estero o ad abbandonare completamente il Paese. Solo la scorsa settimana, la casa madre dell’azienda solettese Saltech AG ha annunciato il trasferimento in Ungheria della produzione di munizioni da 12.7 mm. Il motivo indicato è unicamente la rigida legislazione svizzera sulle esportazioni. «Con ciò perdiamo nuovamente competenze industriali rilevanti per la difesa», dichiara il Consigliere nazionale Reto Nause, Presidente dell’Alleanza Sicurezza Svizzera. «Saltech è solo una delle molte aziende. Stiamo assistendo ad un vero e proprio esodo. Gli ordini dall’estero stanno scomparendo uno dopo l’altro.»
Uno spiraglio all’orizzonte: il prospettato allentamento delle norme sulle esportazioni potrebbe invertire questa tendenza.
La revisione di legge è in dirittura d’arrivo
Il Consiglio degli Stati ha presentato una soluzione pragmatica che consente esportazioni verso i Paesi vicini o verso Stati considerati stabili e sottoposti agli stessi impegni internazionali della Svizzera in materia di commercio di armamenti. Già oggi oltre il 90% delle esportazioni svizzere è destinato a questi Paesi. La proposta del Consiglio degli Stati è dunque applicabile, rafforza la fiducia internazionale e offre nuovamente una prospettiva al settore.
«La Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale (CPS-N) ha ora integrato questa proposta in modo sensato: i Paesi che violano sistematicamente i diritti umani o nei quali esiste un elevato rischio di abuso o di indesiderata riesportazione devono restare esclusi», sottolinea il Consigliere nazionale Michael Götte, Vicepresidente dell’Alleanza Sicurezza Svizzera. «Inoltre, il Consiglio federale deve poter esercitare un veto non solo per ragioni di politica estera e di sicurezza, ma anche esplicitamente per motivi di neutralità. In questo modo si mantiene un equilibrio tra responsabilità politica e realtà economica.»
Il Consigliere nazionale e Vicepresidente dell’Alleanza Sicurezza, Heinz Theiler, aggiunge: «Ora disponiamo di una proposta da sottoporre al Consiglio nazionale, sostenuta da tutti i partiti dal Centro all’UDC, nonché da tutte le associazioni aderenti all’Alleanza Sicurezza Svizzera.»
Il referendum è irresponsabile
Anche qualora le Camere federali approvassero la soluzione, resta un fattore di incertezza per l’industria. I partiti di sinistra e i sostenitori della smilitarizzazione hanno già annunciato il referendum. Rischiano così di andare perso del tempo prezioso – tempo che potrebbe costare alla Svizzera ulteriori competenze industriali e capacità produttive.
Il Presidente Reto Nause afferma: «La modifica di legge è equilibrata. Tiene conto sia degli interessi di sicurezza sia delle considerazioni di politica estera. L’unico obiettivo di PS e Verdi è di cacciare l’industria degli armamenti dal Paese. Se hanno ancora un minimo di responsabilità in materia di sicurezza, devono rinunciare al referendum.»

